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“Sud, basta chiacchiericcio”

Intervista – A colloquio con Nino Novacco, presidente emerito della Svimez.

“Se è vero, come la Svimez documenterà l’anno prossimo con i numeri severi e non discutibili di un secolo e mezzo di Unità nazionale incompiuta sotto il profilo economico-produttivo, è altrettanto vero che una crescita sostenuta del Sud si è realizzata solo tra il 1950 ed il 1975, durante gli anni migliori della Cassa per il Mezzogiorno di Gabriele Pescatore”.

Nino Novacco, da due settimane Presidente emerito della Svimez, in questa intervista alla “Gazzetta dell’Economia” non nasconde la sua amarezza per l’affievolimento della tensione meridionalistica.

Presidente, alla celebrazione dei 60 anni della Svimez, lei disse che il Sud “ha ancora bisogno di una speranza di futuro”. Oggi, due anni e mezzo dopo, mantiene quella opinione?

“Nell’introdurre quest’anno a nome della Svimez il dibattito pubblico con le Regioni e con il ministro Fitto sul ‘che fare’ oggi per il Mezzogiorno e per l’Italia, ribadirò la mia formale ‘tristezza’ espressa alla fine del 2007. Convinto come sono che al Sud non basta una ‘speranza di futuro’, ma occorre il concreto cambiamento dell’economia e della società attraverso nuovi meccanismi di sviluppo, perché si possa esprimere una qualche forma di pur vaga soddisfazione”.

Ripensando alla storia degli ultimi due decenni, quali politiche, iniziative, realizzazioni sono state utili per il Mezzogiorno. E quali invece hanno frenato ulteriormente il suo sviluppo?

“La lunga e improduttiva parentesi tra la crisi petrolifera mondiale dei primi anni ’70 e i suoi riflessi sull’industria e sull’economia del Nord ha avuto la sua conclusione nel 1993 con la soppressione della Cassa. E ha aperto un periodo di incertezze per il Sud, che negli anni di fine secolo ha registrato una caduta verticale dell’accumulazione e del prodotto.

“La breve positiva esperienza della Nuova Politica Economica di Carlo Azeglio Ciampi e di Fabrizio Barca – che tentò di introdurre nella politica economica a favore del Sud parametri macroeconomici collegati alla sua arretratezza e debolezza – venne presto spazzata via dalla logica dell’allocazione della maggioranza delle risorse in un Nord in cui nasceva e diventava forza politica il separatismo delle Leghe padane. Che riuscirono ad ottenere la concentrazione in quell’area degli investimenti infrastrutturali essenziali e delle opportunità produttive ed industriali maggiori.

“Tra i primi anni ’90 e gli anni ’10 del nuovo millennio scompare quasi dal calendario della politica nazionale la storica ed irrisolta questione meridionale, e si afferma la priorità di altri problemi che si presentano al Nord: l’immigrazione comunitaria dall’Est, la mancanza di sicurezza pubblica e privata nelle città subalpine, gli squilibri tra le pur doviziose infrastrutture di comunicazione presenti al Nord ed i bisogni manifestati dall’accelerazione dello sviluppo in quell’area, così vicina all’Est dell’Europa.

“In questo quadro, il ventennio 1990-2010 vede scomparire dall’immaginario nazionale – e dalla programmazione delle risorse affidate al Tesoro – i bisogni economici del Mezzogiorno, per cui non si può nemmeno dire che lo sviluppo del Sud sia stato frenato dalle tipologie degli interventi. Questi di fatto sono stati quasi cancellati: basti ricordare che il Corridoio Berlino-Palermo è ancora fermo a Battipaglia, e il Corridoio 8 tra Napoli e la Puglia, destinato a congiungersi in Bulgaria con Varna e con il petrolio medio-orientale, è ancora ben lontano dall’Alta Velocità e dall’Alta Capacità”.

Restando con lo sguardo rivolto alle aree vicine al Mezzogiorno, lei condivide la prospettiva di un rilancio del nostro Sud in chiave mediterranea?

“Su questo tema si può dire assai poco poiché quasi nulla di concreto si è determinato. E nulla si potrà dire, al di là di un mai esaurito chiacchiericcio, fin quando non sarà operativa l’area di libero scambio tra i Paesi di entrambe le sponde nel Mediterraneo. “Ma l’idea che il futuro del Mezzogiorno – sognato come reclamizzata piattaforma europea – possa di fatto dipendere da una cooperazione con Paesi che stanno moltiplicando i loro centri logistici ‘alla Gioia Tauro’, e che frattanto si collegano con l’Europa sotto il Canale di Gibilterra verso la Spagna e l’Europa, mi pare una prospettiva tutta da verificare”.

Come giudica gli effetti, non positivi per il nostro Sud, dell’evoluzione della politica regionale dell’UE dopo l’allargamento del 2004-2007? Quali percorsi o strumenti si possono immaginare affinché questa politica possa giovare al Mezzogiorno dopo il 2013?

“Dopo l’allargamento a 27 dell’UE – e con problemi aperti come quelli relativi all’adesione di ulteriori spezzoni della ex-Jugoslavia, ma soprattutto della Turchia (ipotesi della quale si sottovalutano le implicazioni), e dopo la non felice esperienza del programma UE chiusosi col 2006 – sarebbe stato necessario che il ciclo 2007-2013, che vede tutti in grave ritardo, avesse avuto caratteristiche di sviluppo più incisive.

“Ho sempre contrastato l’approccio delle politiche regionali dell’UE, basate su dimensioni territoriali volta a volta troppo grandi (il Paese) o troppo piccole (le NUTS 2, che sono l’equivalente delle nostre regioni), e su valori medi di Pil (il 75% del valore medio dell’intera UE) del tutto poco significativi.

“Grandi sono i rischi connessi alla particolare condizione del Mezzogiorno e dell’Italia, se futuri ulteriori allargamenti dell’UE coinvolgeranno Paesi più poveri del nostro, per cui risulteremo solo ‘statisticamente’ più ‘ricchi’ di altri.

“Certo, è vero che alcuni degli altri Paesi dell’UE hanno potuto e saputo trarre maggiori benefici dalle politiche di coesione dell’Unione europea rispetto al Mezzogiorno. Un’area, questa, rimasta abbastanza estranea ai vantaggi potenziali dell’uso di risorse comunitarie a causa di programmi fin troppo disarticolati e quindi inefficaci. Temo quindi che dopo il 2013 le politiche di un’Europa ulteriormente allargata finiranno col rendere ancor più difficile far beneficiare le aree deboli dell’Italia dei sostegni monetari europei”.

Pensa che il federalismo fiscale, a certe condizioni, possa diventare comunque uno strumento di crescita anche per il Sud? O teme che, in ogni caso, si rivelerà penalizzante per le nostre regioni meridionali?

“Una risposta certa oggi non può neanche essere tentata. Già l’esempio del federalismo demaniale introdotto lascia pensare che i contenuti disarticolanti saranno maggiori di quelli unificanti. E, anche a trovare il giusto equilibrio sui ‘valori standard’ della spesa pubblica al Nord e al Sud, difficilmente si potrà prescindere dalle differenze storiche – capitale fisso o capitale sociale che si voglia chiamarlo – connesse alla diversa accumulazione non solo dei capitali produttivi ed ambientali, ma alla reale consistenza delle economie e della manodopera relativa.

“Certo – è inutile nasconderlo – le differenze risultanti per i ‘valori standard’ da applicare in zone con livelli di sviluppo assai diversi, influenzeranno i costi correnti che le amministrazioni saranno capaci di applicare nelle regioni meridionali.

“Questo – è probabile – finirà con l’influenzare tecnicamente le modalità di applicazione non solo dei ‘costi standard’ accertati, ma anche la gestione che le amministrazioni pubbliche delle zone povere saranno capaci di assicurare, in territori in cui vincoli familistici, parentali, mafiosi e massonici pesano assai più di quanto non avvenga in territori ricchi e avanzati.

“A chi esprime fiducia sul fatto che – con il federalismo fiscale – i pubblici amministratori meridionali potranno tener conto del giudizio dei loro elettori, rispondo che gli elettori non hanno una reale libertà di scelta. Poiché, con le vigenti leggi elettorali, le loro scelte sono condizionate dai vertici dei partiti, e non dai risultati delle politiche realizzate dai sindaci e dai governatori”

Oreste Barletta

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