di Ennio Triggiani.
Un effetto significativo dell’attuale crisi economico- finanziaria è, sicuramente, nella riapertura del dibattito sulla necessità, o meno, dell’Europa. Da decenni non si discuteva quotidianamente nei mass-media sul ruolo che l’Unione è in grado di svolgere nell’affrontare i delicati nodi derivanti dalle casse sempre più vuote degli Stati.
Si tratta di un fatto estremamente positivo considerato che, mutuando ed adattando il noto detto di Oscar Wilde, “c’è solo una cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé”. Il processo d’integrazione europea ha, infatti, sempre sofferto la diffusa ignoranza del suo significato e del suo funzionamento, relegando nel limbo della genericità compiti e portata che sono invece di grandissimo rilievo. La stessa definitiva conquista della pace realizzata al proprio interno e già trasmessa ai Paesi balcanici aspiranti nuovi membri (si pensi alla guerra che sarebbe scoppiata per il Kosovo in assenza di tale aspirazione) non sembra entusiasmare più di tanto le nuove generazioni.
E le periodiche elezioni del Parlamento europeo sono sempre state, specie in Italia, occasioni perse per la conoscenza dell’Unione a causa della tradizionale coincidenza con tornate elettorali interne erroneamente considerate, nel dibattito pubblico, più interessanti. Al di là delle questioni di merito, quindi, è il momento opportuno per ciascuno di noi di rendere effettiva ed attiva la nostra seconda cittadinanza che è quella europea. Ed i nostri governanti sembra si stiano finalmente rendendo conto della necessità di più Europa per uscire da una crisi che rischia di travolgere, alla fine, tutti gli Stati. Il nuovo Patto di Bilancio, deciso nel vertice informale di Bruxelles lo scorso lunedì, impone un’indispensabile e ferrea disciplina di bilancio ai Paesi dell’Eurozona. Tuttavia, poiché di sola austerità prima o poi si muore, viene altresì predisposto un piano per crescita e occupazione attraverso misure dirette a promuovere il lavoro dei giovani, le Pmi ed il completamento del mercato unico nei servizi. Secondo la proposta di Barroso, un team della Commissione lavorerà con i governi nazionali e le parti sociali per creare occupazione in otto Stati e cioè Italia, Spagna, Grecia, Slovacchia, Lituania, Portogallo, Lettonia e Irlanda. Per essi saranno utilizzati 82 miliardi derivanti dalle dotazioni dei programmi dei fondi europei sociale, regionale e di coesione non ancora spese dei quali 8 attribuiti all’Italia. Si tratta di fondi non nuovi e tuttavia fermi in quanto privi di impiego. Nella specie, gli Stati hanno un anno di tempo a partire dall’entrata in vigore del Patto per mettere in atto le nuove norme. In caso d’inosservanza la Corte di giustizia potrà imporre sanzioni fino a un massimo dello 0,1% del Pil del Paese inadempiente.
Il Patto prevede l’obbligo di rientrare verso il tetto del 60% del Pil al ritmo di 1/20 l’anno per la parte eccedente (con le “attenuanti” che ci riguardano) e dà la possibilità, solo a chi lo ratifica, di accedere al sostegno dell’Esm, il Meccanismo europeo di stabilità la cui attivazione, quale Fondo permanente “salva- Stati”, viene anticipata al prossimo luglio. Il nostro Presidente Monti ha svolto un ruolo importante nell’adozione di queste scelte e, grazie alla sua autorevolezza, ha trovato ampio ascolto alle proprie posizioni, peraltro per tempo espresse a titolo di esperto della materia. Nel maggio del 2010, infatti, così scriveva nel Rapporto commissionatogli dal Presidente della Commissione europea: “In queste condizioni, il coordinamento delle politiche fiscali potrebbe costituire un elemento importante di una strategia di consolidamento di bilancio a livello dell’UE e potrebbe migliorare l’efficacia dell’azione nazionale. Il coordinamento avrebbe un primo vantaggio di colpire più efficacemente le basi imponibili mobili e di colmare le lacune che consentono l’evasione e l’arbitraggio fiscale.
Un secondo vantaggio è che permetterebbe di minimizzare le conseguenze sulla concorrenza derivanti da imposte che colpiscono prodotti che sono fattori produttivi per la produzione industriale, come esempio nel caso della tassazione dell’energia. Un terzo vantaggio è dato dal fatto che un’azione coordinata limiterebbe la frammentazione normativa e fiscale, che falsa la concorrenza nel mercato unico e aumenta i costi di conformità per le imprese. Un’azione coordinata ridurrebbe inoltre il rischio di shock asimmetrici connessi alla fiscalità nell’area dell’euro, facilitando così la gestione della politica monetaria da parte della Banca centrale europea. In sintesi, l’adozione di alcune misure di coordinamento all’interno del mercato unico potrebbe trasformare un gioco a somma negativa in un gioco dal quale tutti i partecipanti traggono beneficio” (Una nuova strategia per il Mercato unico. Al servizio dell’economia e della società europea, pp. 86-87).
Un aspetto molto interessante del nuovo Patto di bilancio è dato, inoltre, dalla modalità di entrata in vigore: esso, infatti, per i 25 Stati membri aderenti (fuori, per ora, Regno Unito e Repubblica ceca) sarà operante il primo gennaio 2013 non appena ‘’sottoscritto da almeno 12 Paesi membri dell’euro’’. In altri termini, pur considerato che non siamo di fronte ad una formale modifica del Trattato di Lisbona, si fa comunque avanti l’idea di registrare progressivamente importanti innovazioni nel sistema dell’Unione Europea senza la frustrante (e sempre più difficile) unanimità bensì con il consenso dei Paesi membri disponibili; ed emerge anche la possibilità, per chi non fosse più in sintonia con scelte coraggiose, di trovare una comoda e concordata via d’uscita.
Nel complesso e nel quadro non idilliaco esistente, consola la circostanza che l’Italia, Paese co-fondatore, sia finalmente tornata a essere all’avanguardia nella soluzione delle fasi cruciali dell’integrazione europea. Il che consente di sentirci con più orgoglio cittadini europei e riaprire la speranza sul futuro dei nostri giovani.
Ennio Triggiani





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