Capitanata – Nel contratto interprofessionale al Nord più vantaggi.
Nel bacino europeo del pomodoro da industria, il tempo per i pomodori agricoli sembra essersi fermato a vent’anni fa. Prima dell’avvento della nuova politica agricola comunitaria (Pac) produrre in quantità significava ottenere più aiuti economici. E la corsa ha generato profitti spropositati, illeciti, truffe all’Aima (l’ex agenzia di stoccaggio delle produzioni eccedentarie).
Oggi che a Bruxelles i parametri sono stati invertiti, il cambiamento si percepisce a malapena nelle regioni del Sud. Gli agricoltori fanno molta fatica ad adeguarsi alle nuove norme: è accaduto sul grano duro, potrebbe ripetersi quest’anno per il pomodoro. Di questi tempi alla domanda: “Scusi, lei quest’anno investirà ancora sul pomodoro?”, è facile che vi rispondano: “No, grazie, non si guadagna più”. Salvo poi agire in direzione diametralmente opposta. Gli splafonamenti di produzione sono stati la regola di questo prodotto altamente redditizio, almeno fino a qualche anno fa. Ma questa ragione oggi li giustifica solo parzialmente. Già durante la campagna 2010 centinaia di produttori sono riusciti a salvare alla meno peggio la stagione grazie all’aiuto comunitario – mille euro a ettaro – che quest’anno non ci sarà più. Dunque basterebbe questa semplice ragione per pronosticare un’annata agricola finalmente programmata.
Il contratto interprofessionale siglato la settimana scorsa fra gli industriali aderenti all’Anicav e le Unioni nazionali agricole aderenti alle tre principali organizzazioni (Coldiretti, Cia e Confagricoltura) fissa un tetto di produzione a 24 milioni di quintali nelle regioni del Centro-Sud e una superficie impegnata di 32mila ettari. Superare questi vincoli significherebbe determinare ancora una volta la caduta dei prezzi alla produzione, con grave danno soprattutto per i produttori agricoli. La cessazione dell’aiuto comunitario viene in qualche modo compensata dall’aumento riconosciuto sul prezzo alla produzione di circa 10 euro la tonnellata: il pomodoro tondo quest’anno sarà venduto alle industrie a 80 euro, il lungo a 98 euro.
Prezzi che sembrano soddisfare le organizzazioni agricole: perlomeno quest’anno non si registrano i mugugni e le preoccupazioni di un anno fa. Ma questo semmai è un rischio non un vantaggio. “Per i produttori agricoli foggiani coltivare pomodoro è una pratica irrinunciabile – commenta Giuseppe Grasso, direttore dell’Aprol (15% della produzione complessiva in Capitanata: ndr) – di questi tempi ognuno si fa un po’ di conti e se valuta che vale la pena di rischiare lo fa senza pensarci due volte. È come la sindrome del videopoker, ognuno si gioca le sue possibilità davanti alla slot machine confidando che gli possa andar bene”. E come la mettiamo con il disincentivo alla produzione? “Potrebbe essere un falso problema – aggiunge Grasso – dal momento che si confida sempre in un calo di prodotto proprio perchè l’anno scorso molti avventurieri hanno piantato il pomodoro soltanto per intascare i mille euro a ettaro. Solo che questo calcolo lo fanno un po’ tutti, in questo modo diventa difficile per le organizzazioni di prodotto che dovrebbero monitorare il settore, avere un quadro della situazione un po’ più preciso”.
In Capitanata si produce l’80% del pomodoro prodotto nelle regioni del Mezzogiorno, pari a circa il 50% dell’intera produzione nazionale. Con i suoi circa 20 milioni di quintali la provincia di Foggia continua a tenere testa al bacino Emiliano (Parma, Modena, Piacenza) che pure continua a guadagnare posizioni e si è dato un’organizzazione che al Sud invece scarseggia. Il contratto interprofessionale a Parma è stato firmato quasi con un mese di anticipo, il 24 febbraio, e riconosce ai produttori aumenti ben più sostanziosi rispetto al Sud sul pomodoro tondo (l’unico coltivabile al Nord) a 88 euro la tonnellata. Ma quello è un altro mondo.
Massimo Levantaci





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